Intervista a Marialuisa Amodio su

Al buio non parliamo delle stagioni

a cura della redazione Albus

 

Cominciamo dal titolo, come nasce Al buio non parliamo delle stagioni?

 

Ho scritto i racconti seguendo un progetto preciso, come se fossero i capitoli di un romanzo. Era un periodo in cui ascoltavo molto i Coil e, in particolare, il loro doppio album Music to play in the dark, un’opera monumentale di straniante e oscura bellezza. Quasi due ore di musica fra sperimentalismi elettronici, salmi, distorsioni ritmiche, melodie eteree e inquietanti. Avevo in mente di scrivere una raccolta di “storie da ascoltare al buio” altrettanto vasta, ma temevo che difficilmente un editore avrebbe accettato di pubblicarla, così mi sono limitata a un “demo” di quattro racconti. Il titolo è nato da una rielaborazione di “storie da ascoltare/raccontare al buio”.

 

Quattro stagioni, quattro racconti quale il filo conduttore oltre le stagioni?

 

Il buio, inteso come il momento in cui siamo faccia a faccia con la nostra fragilità, con il cambiamento imprevedibile, con la morte. E con la consapevolezza che il confine fra quello che riteniamo normale o reale e quello che sfugge alla nostra comprensione o alla nostra tolleranza è molto sottile. L’abbiamo creato noi il confine, ma per continuare ad affrontare la vita di tutti i giorni dobbiamo fingere che sia reale, che esista da sempre e sempre esisterà. Come le stagioni.

 

Qual è il tuo scrittore o scrittrice preferita?

 

Ne ho troppi. A pensarci bene non c’è uno scrittore o una scrittrice di cui ami tutta l’opera. Ma posso citare alcuni libri che ho amato moltissimo, che hanno costruito, pagina dopo pagina, lo skyline del mio immaginario e i confini della mia visione del mondo. Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. Illuminazioni e Una stagione all’inferno di Rimbaud. Notre-Dame-des-Fleurs di Jean Genet. I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Eliogabalo di Antonin Artaud. La storia di Elsa Morante. Un oscuro scrutare di P.K. Dick. I reietti dell’altro pianeta di Ursula LeGuin. Io sono leggenda di Matheson e Bestiario di Julio Cortàzar. Nel titolo del mio blog “Un cronopio sul comò” cito proprio la creatura inventata dal grande scrittore argentino.

 

Un libro che dobbiamo assolutamente leggere...

 

Oltre a quelli già citati… Edwin Mullhouse: vita e morte di uno scrittore americano di Steven Millhauser. È la biografia immaginaria di uno scrittore molto giovane, scritta dal suo fedele amico in occasione della sua dipartita a soli dieci anni. Le descrizioni sono talmente vive, realistiche e minuziose da risultare surreali. Perché ci fanno vedere tutti quei particolari che, per la fossilizzazione dei nostri sensi e della nostra immaginazione, da adulti non riconosciamo più, quindi li sentiamo come “irreali”. È una scrittura che ci fa di nuovo “vedere” la realtà con occhi liberi e bene aperti.

 

Cosa vorresti riuscire a comunicare con questo libro?

 

Esattamente quello che può comunicare a ogni lettore. Credo nella “lettura creativa” e rispetto l’immaginazione altrui. Di certo non voglio comunicare “altro” rispetto a quello che ogni pagina racconta. Non vedo un racconto fantastico come metafora di una particolare realtà. Il “fantastico” del racconto è già una realtà. E credo che l’allegoria sia l’esercizio dell’immaginazione più sterile e banale che esista.

 

Progetti futuri?

 

Salpare su una nave pirata per i Mari del Sud. O suonare i barattoli di vernice in un gruppo dream-punk. Iscrivermi a un corso di patafisica. Nel frattempo proverò a scrivere qualche romanzo. Prima o poi mi piacerebbe completare anche la mia enciclopedia delle “storie da raccontare al buio”.

 

Intervista rilasciata il 10 aprile 2010