Intervista a Gennaro Chierchia su

Filming Carmelo. Una vita senza copione

a cura della redazione Albus

 

Come mai questo titolo e perché hai fortemente voluto una stella in copertina?

 

Il titolo mi è stato ispirato da un documentario diretto da Orson Welles, Filming Othello, in cui il grande regista e attore americano ricorda la tormentata lavorazione del suo film Otello. Siccome nel mio romanzo si trattava di “filmare” la storia di Carmelo Doria ho ritenuto giusto adoperare questo verbo inglese. Dico “filmare” in quanto la storia di Carmelo è narrata in presa diretta, un po’ come accade nel romanzo di Edward Bunker, Come una bestia feroce, in cui le azioni del protagonista sono raccontate come se si svolgessero in tempo reale, con una telecamera alle spalle che lo riprende. Più di un recensore infatti ha detto che il mio romanzo è una sorta di sceneggiatura cinematografica; inoltre Carmelo è un attore e tutta la storia è incentrata sul mondo del cinema.

La stella sulla copertina del libro si riferisce anzitutto alla ragazza dei sogni di Carmelo, che si chiama appunto Stella; in secondo luogo Carmelo, essendo un attore, sogna di diventare una stella di Hollywood. Sia l’una che l’altra sono traguardi importanti che il protagonista tenta di raggiungere.

 

Chi è Carmelo? Chi ti ha ispirato questo personaggio?

 

Carmelo prima di fare l’attore era uno spacciatore di marijuana e un ladruncolo. L’incontro fortuito con quello che sarà il suo agente, Lotar, lo trascina nel mondo delle pubblicità delle sit-com e poi del cinema. Tuttavia in lui restano i segni del proprio passato: infatti Carmelo continua a fare uso di marijuana e tenta per ben due volte di rubare la Harley Davidson al suo amico e stuntman Olmo. Come si dice: il lupo perde il pelo ma non il vizio. Carmelo rappresenta l’antiperbenismo, odia sia i rivoluzionari che i figli di papà e non ha praticamente considerazione per nessuno; tranne che per Stella, nonostante sia proprio lei a farlo soffrire. Carmelo, come tutto il romanzo, è nato da solo: credo sia il risultato dello stato d’animo in cui mi trovavo quando ho cominciato a buttarlo giù.

 

Quanto c’è di Gennaro in Carmelo e viceversa?

 

C’è molto di Carmelo in me e c’è molto di me in Carmelo. Carmelo è quello che vorrei essere ma anche quello che non vorrei essere. Vorrei essere strafottente come lui e prendere la vita con la leggerezza con cui la prende lui; non vorrei essere sicuramente uno spacciatore o un ladro. Ma molti tratti del suo carattere sono i miei: per esempio la sfiducia nel genere umano e credere solo nell’amore vero, quello per il quale si perde letteralmente la testa. Anche il fatto che lui si lasci trasportare dagli eventi, il non decidere, è un tratto saliente del mio carattere; come pure l’arrendersi, a volte, troppo facilmente. O l’entusiasmo da cui si fa prendere quando riesce in qualcosa a cui teneva molto.

 

Come mai uno scrittore di storie noir decide di scrivere un romanzo generazionale che è anche una bella e moderna storia d’amore?

 

Nonostante abbia scritto molte storie di sangue non mi ritengo uno scrittore noir né di altro genere letterario, e il fatto di avere esordito come romanziere proprio con una storia generazionale, ne è la dimostrazione. Ho spesso detto che ho cominciato a scrivere storie perché il mio sogno da ragazzo era quello di fare il regista cinematografico: siccome non l’ho fatto ho riportato su carta quello che avrei voluto filmare; ecco perché ho cominciato a scrivere. Come narratore mi paragono alla poetica del (a mio avviso) più grande regista di tutti i tempi, Stanley Kubrick, che ha diretto film diversi gli uni dagli altri, indagando così tutte le sfaccettature della vita. Io provo a fare qualcosa del genere: narrare storie per raccontare la vita nei suoi molteplici aspetti. Pertanto non è importante per me il genere letterario ma le storie che voglio raccontare. La stessa raccolta di racconti che ho curato per la Kairós, San Gennoir, mette in scena, come ha notato qualche arguto recensore, un “noir atipico”, appunto perché non mi interessava rispettare categoricamente tutte le regole di questo genere letterario, ma mettere in primo piano le storie. Se non erro anche Filming Carmelo è stato definito un’“atipica storia d’amore”; voglio dire che non mi ritengo uno scrittore di genere, ma di storie.

 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? I tuoi punti di riferimento?

 

In quanto scrittore di storie leggo di tutto. Perciò apprezzo Nick Hornby, Alessandro Baricco, Andrea De Carlo, Edward Bunker, Agatha Christie, Enrico Brizzi, Luis Sepúlveda, Ernest Hemingway, John Fante, Umberto Eco, Wilbur Smith e altri di cui però ho letto poco per affermare che rientrano tra i miei preferiti. Non credo di avere punti di riferimento in narrativa, piuttosto spunti, per esempio gli input del primo Brizzi, quello arrabbiato e sperimentale, o il racconto in presa diretta nel primo romanzo di Bunker. Anche Arancia meccanica di Anthony Burgess mi ha insegnato molto, quanto a significato e a stile. Dal cinema ho attinto molte cose, una su tutte la formulazione dei dialoghi, lo scambio di botta e risposta, il linguaggio da strada e non artefatto. Anche la secchezza delle descrizioni, l’indugiare sui particolari necessari alla storia.

 

Il titolo di un libro da leggere assolutamente?

 

È impossibile scegliere un titolo su tutti, perciò dico Stanley Kubrick. La biografia, di John Baxter, che ripercorre la vita di un uomo totalmente sacrificata al racconto cinematografico. Un libro eccezionale che fa emergere quanto sia stato importante per questo regista raccontare al meglio delle proprie possibilità le storie e la Storia.

 

Progetti futuri?

 

Sto curando una raccolta di racconti sul lavoro per Albus Edizioni; per lo stesso editore saranno pubblicati a breve due miei racconti in due diverse antologie collettive. Un mio racconto lungo dovrà vedere la luce singolarmente presso un’altra casa editrice campana. Sto mettendo insieme una raccolta dei miei racconti migliori e ho cominciato la stesura del mio secondo romanzo.

 

Intervista rilasciata il 7 settembre 2007